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30/09 Sino alla Meta

A ben guardare, non serve affatto esserne al centro, per occupar la scena (e sottrarla, così, agli altri): il nome di “MILANO”, in questo disegno di Saul Steinberg, è alquanto periferico,…


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di Edoardo E. Macallè – NIKKAIA Strategie


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ma è anche il solo che “balza” subito agli occhi (quello di “NEW YORK”, infatti, non “balza” agli occhi: sono, piuttosto, i nostri occhi che ci si poggiano sopra, a motivo dell’abituale “cono visivo” che ci spinge a cercar, giusto lì, l’essenziale… quasi che l’essenziale debba esser sempre, giocoforza, al centro della scena che noi s’ha sotto gli occhi).
Non può essere un caso, ovviamente: Steinberg, infatti, ebbe un rapporto strettissimo con Milano e proprio negli anni che, nella vita di un uomo, fanno spesso la differenza. Nato, ebreo, in Romania qualche giorno prima dell’estate del 1914, dopo aver studiato filosofia a Bucarest, si trasferì a Milano (ma sarebbe meglio dir che vi “fuggì” perché la Romania, all’epoca, non era certamente il massimo del vivere, in particolare per un ventenne… ebreo). Era il 1933 e le leggi razziali non erano ancor state promulgate nel nostro paese: si laureò, al Politecnico di Milano, in Architettura e visse, sino al 1940, in quel triangolo di Milano che il sottoscritto conosce molto bene (perché ci vive…) compreso tra Città Studi, l’Ortica e Lambrate. Periferia Est, insomma, proprio come dovremmo dir di MILANO nel disegno di Steinberg… se quella fosse, in effetti, una mappa e non già un disegno che rompe coi nostri abituali schemi mentali (Venezia, infatti, si trova a sinistra, come dir ad ovest, di Milano). MILANO “emerge come un’isola” sul lago o in una baia (perché potrebbe anche esser questo, in fondo…), mentre Londra e Parigi fanno solo da contorno (ci chiediamo se un milanese abbia mai posto Milano tanto in alto quanto Steinberg ha fatto nel suo disegno: di certo non chi vi scrive, pur essendo nato, in un abbaino bohemien, in quel di P.ta Venezia…).
Steinberg ha disegnato molto, ma scritto poco. O meglio: ha scritto moltissimo ai suoi amici e ben poco agli altri. Fondamentalmente, infatti, di lui si conta un solo libro:
Riflessi e Ombre
Chissà se conosceva quel che, a proposito di queste ultime, aveva scritto Crizia (un filosofo e politico ateniese cui Platone dedicò uno dei suoi ultimi Dialoghi, quello da cui prenderà poi a svilupparsi il mito di Atlantide):
“Inseguendo le ombre, il tempo invecchia in fretta”
E chissà cosa potrebbe mai accadere, allora, inseguendo i “riflessi”, in particolare i “propri”, e sempre che, attraverso quest’ultimi, si riesca a fornir davvero una qualche misura del “tempo degli uomini”.
Le gazzelle, si sa, hanno molti riflessi, ben più delle leonesse: sarà probabilmente per questo che nel loro incontro-scontro, a dispetto di quel che si crede, sono più spesso le prime a vincere (riuscendo a fuggire all’assalto delle seconde, in particolare quando queste ultime agiscono isolate). Tuttavia, se a perder sarà la leonessa, questa non vedrà che il proprio tempo invecchiar più in fretta (inseguendo, della gazzella, la sola ombra), se invece a perder sarà la gazzella… quest’ultima non vedrà più invecchiare il proprio tempo: si sa, le gazzelle vincono “di riflesso”, le leonesse “di riflessione”.
Già, ma l’uomo?… L’uomo, come pensava Nietzsche, è il solo animale de-stabilizzato. Colpa di Epimeteo, “colui che pensa dopo”: fu proprio lui, infatti, a distribuir tra gli animali le qualità che gli dei avevano messo loro a disposizione. Purtroppo, Epimeteo, preso forse da un eccesso d’entusiasmo, distribuì frettolosamente tali qualità e finì per dimenticarsi degli uomini. Il che parrebbe spiegare perché il corredato biologico di questi ultimi sia alquanto scarso: negli uomini, infatti, “riflesso” e “riflessione” sono blandi e, il più delle volte, assopiti. Buon per gli uomini che Prometeo, “colui che pensa prima” e fratello di Epimeteo, sia giunto in loro soccorso con il fuoco rubato agli dei. E dal fuoco alla tecnica il passo fu breve: l’uomo, così, poté sopperire alle proprie lacune e, grazie alla tecnica, diventar quasi padrone assoluto di quel mondo che, almeno inizialmente, pareva rivelarsi tanto ostico ed ostile.
Ostico ed ostile, in realtà, il mondo parrebbe esserlo ancora, per l’uomo, in particolare in alcuni ambiti che tuttora sfuggono al suo controllo: i mercati finanziari, in fondo, sono giusto uno di questi ultimi. Eppur la “tecnica”, sugli stessi, abbonda quanto il riso sulla bocca degli stolti: tecniche informatiche, tecniche operative, tecniche gestionali tecniche d’analisi e chi più n’ha, più ne metta! Per non dir poi di coloro che, vendendo tali tecniche, ingigantiscono non solo il proprio ruolo, ma anche il proprio portafoglio.
E pensar che, sui mercati, l’Analisi Tecnica ha suicidato forse più persone di quante n’abbia uccise, in Giappone, la bomba atomica. Che poi, non è neanche colpa della Analisi Tecnica, in fondo (così come non possono certo attribuirsi alla ricerca sull’atomo i morti di Hiroshima…): l’Analisi Tecnica, infatti, è sol un ideale e gli ideali sono sempre innocenti, a prescindere. Colpevoli, piuttosto, sono certi suoi predicatori nonché molti adepti che n’esaltano le capacità di “riflesso”, ben più che quelle di “riflessione”:
– “Bullish engulfing?…” -> riflesso -> “Compra!”
– “Rottura del supporto?…” -> riflesso -> “Vendi!”
e, così, via dicendo…
Non solo, perché “quanto più rapidi saranno i tuoi riflessi, tanto più ricca si rivelerà la tua vecchiaia!”… Peccato però che, ad inseguir le ombre sui mercati, il tempo invecchi presto, s’arricchiscano le piattaforme operative e, soprattutto, chi le costruisce e poi le vende. Poco importa: “Riflesso!”… “Riflesso!”… “Riflesso!”… Condizionato, purtroppo.
Meglio, allora, la “riflessione”?… E chi potrà mai dirlo?… non c’è, infatti, alcuna regola che potrà confermarlo! Piuttosto c’è un “tempo”… che forse non invecchierà mai: un tempo in cui è meglio “andar di riflesso” (pur condizionato) ed un altro in cui è meglio “lasciarsi andare alla riflessione” (senz’alcuna condizione). Nel primo tutti noi si gioca un po’ di sponda, nel secondo le sponde s’allontanano a tal punto che quasi non si gioca più. Nella maggioranza dei casi il tempo gioca invero di sponda, ma talvolta quest’ultima si fa lontana lontana ed il tempo non invecchia più, tanto velocemente, nell’inseguir le sole ombre: è, questo, “il tempo della riflessione”. Per l’appunto: questo tempo! O, per lo meno, quel che potrebbe rivelarsi l’ultimo trimestre dell’anno.
Probabilmente farà sorridere molti tra voi, ma siamo portati a credere che, sui mercati finanziari, l’ultimo trimestre del 2013 potrà (e non, quindi, “potrebbe”) rivelarsi, non soltanto il più importante degli ultimi dieci anni, ma forse anche il più importante dei prossimi dieci. E non si tratta, certo, d’una nostra boutade dell’ultima ora…
Era giusto nove mesi fa che noi si scriveva quel che segue a proposito del Dow Jones:
1) 13025 punti
2) 12960 punti
3) 12500 punti
Ognuna di queste soglie ha un significato preciso dal punto di vista prospettico:
– Fin quando il Dow Jones, infatti, si manterrà sopra la prima, potremo pensare che il suo Ciclo Secolare è andato in frantumi: Trionfo delle Intenzioni Umane!
– Qualora il Dow Jones dovesse scendere sotto l’ultima, non potremmo che pensare ad una disfatta delle Intenzioni dell’Uomo: Trionfo del Destino!
– Tra la prima soglia e l’ultima si colloca una zona grigia, in cui nessuno dei due trionfi potrebbe essere invero celebrato, anche se una discesa sotto la seconda farebbe pender la partita decisamente a favore del Destino!
– Un sostanziale pareggio tra le Intenzioni dell’Uomo ed il Destino, invece, s’avrebbe solo tra la prima e la seconda soglia!
Da allora (era lo scorso 23 gennaio), il Dow Jones s’è sempre mantenuto ad abbondante distanza di sicurezza dalle tre soglie più sopra indicate:
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Tuttavia, proprio noi, sempre lo scorso gennaio, s’era annunciato (come solo a Delfi si sarebbe potuto fare…) quel che segue:
Tanto vale sfidar la sorte, consapevoli che per i Greci la peggior colpa si nasconde in quella “hybris” che rappresenta la spocchia degli uomini impuri (solo i folli, infatti, possono dirsi puri). Alla peggio, tuttavia, ci difenderemo attribuendo la colpa a “Il Matto”:
_ In realtà è stato lui a suggerircelo! Stupidi noi a crederci…
_ A cosa mai? (vi starete probabilmente chiedendo…).
Prendete la vostra agenda e segnatevi questa soglia sulla pagina del 31 dicembre 2013:
– 12500 punti di Dow Jones!
Il destino, infatti, ci spingerà laggiù (e non importa il lassù da cui prenderemo a scendere). Come già detto, però (attraverso l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci), mai come quest’anno il nuovo Umanesimo dei Mercati proverà a mettersi di traverso. S’annuncia, insomma, uno scontro tra Titani: probabilmente quello finale…
Certamente, chi ci legge solo da qualche mese si starà chiedendo dove noi s’è tratta quest’idea di “un Destino che spingerà il Dow Jones verso i 12500 punti entro il 31 dicembre, incurante delle soglie da quello raggiunte in corso d’anno”.
Dobbiamo fare un bel balzo all’indietro per capirlo!
Era, infatti, il 1° gennaio del 2012, quasi due anni fa, quindi, che noi si scriveva:
Dobbiamo darvi una risposta definitiva sulla chiusura del 2011 da parte del DOW JONES. Ebbene, oggi possiamo affermarlo senza dubbi:
– Il Dow Jones ha fatto quel che noi si sperava, aprendoci ad un 2012 che, almeno in prospettiva, mostra possibilità ben diverse da quelle del 2011.
Ma attenzione:
– spetterà agli uomini il compito di cogliere appieno quelle opportunità che “il più vecchio” dei mercati americani parrebbe, ora, aver messo loro a disposizione.
Il Destino nel 2012, insomma, non sarà contro gli Uomini come, invece, si rivelò nel 2011, ma è evidente che tutto ciò non basta:
– senza Intenzioni degli Uomini, senza Impulso, infatti, non s’andrà d’alcuna parte.
Si guardi il grafico qui sotto (fa riferimento al Ciclo Secolare del Dow Jones, come dire, quindi, al Ciclo Secolare del Mercato Azionario in genere, N.d.R.):
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– nelle due precedenti occasioni in cui era accaduto qualcosa di simile al biennio 2010-2011 (1934-35 e 1970-71), l’indicatore s’è portato oltre la linea del 50%, sino a raggiungere, o quasi, quella del 61.8%: perché accada anche nel 2012 è necessario che il DOW JONES si porti oltre i 13100p.
Di più, perché per poterlo “fermare”, così da restare sul grafico anche in seguito,
– è necessario che il DOW JONES chiuda l’anno 2012 oltre i 13100p… ma nulla esclude che, nel frattempo, possa portarsi anche oltre tale soglia.”
Come ormai già sappiamo, il Dow Jones ha chiuso il 2012 a 13104 punti (quando noi si dicevano le cose che avete letto più sopra s’era, invece, a 12220p) ed il nostro potrebbe pur dirsi un “colpo da biliardo” (con un grado di difficoltà persino superiore all’ottavina regale), ma fate attenzione: quei 13100p, per noi, non erano affatto un obiettivo, quanto una “condizione necessaria” per far poi dell’altro…
Alla fine del 2012, l’indicatore mostratovi più sopra si presentava giusto così:
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E nell’ultimo fine settimana, invece, il suo aspetto era il seguente:
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Se quel che noi si vede subito qui sopra, anziché esser l’immagine “algoritmica” del Dow Jones al 27 settembre 2013, fosse la sua stessa immagine “algoritmica”, ma al 31 dicembre 2013, bisognerebbe proprio creder che la regolarità del ciclo secolare del mercato americano, ormai, è venuta irrimediabilmente rompendosi…
Il motivo è semplice:
– per la prima volta negli ultimi ottanta anni (presi in esame dall’indicatore), una correzione al rialzo della tendenza di fondo, che dovrebbe condurre la linea rossa dai cento agli zero punti, si sarebbe mostrata capace di portar “stabilmente” la stessa oltre la percentuale del 61,8% di ritracciamento dell’intero movimento al ribasso.
Tuttavia, e a dispetto dei massimi d’anno sin qui raggiunti,
– una chiusura d’anno del Dow Jones a 12500p allineerebbe, in modo quasi perfetto, il movimento del 2013 a quello del 1936, portando l’indicatore sulla stessa linea (segmentata verde) che aveva contenuto allora la discesa:
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Ma può ancor starci?… In uno scontro tra Titani, in fondo, può starci di tutto. Non per caso, sempre lo scorso 23 gennaio, s’era scritto:
Molti tra voi si chiederanno perché non abbiamo fornito alcun rilievo al massimo del 2007, a 14198 punti, che rappresenta il massimo assoluto del Dow Jones:
– per molti, infatti, quello era il sol punto su cui avrebbe avuto un senso focalizzar l’attenzione, perché laddove, invece, noi s’è focalizzata la nostra, in realtà, non passerebbe proprio un bel nulla…
E’ un modo un po’ antico di ragionare, questo, ma in fondo possiamo comprenderlo. Chi, tuttavia, parrebbe non aver alcuna voglia di comprendere è proprio “il mercato americano del 2013”: per quest’ultimo, infatti, quella soglia dei 14198p esisteva sin allo scorso anno, perché la stessa, ormai, può dirsi spazzata via dalle sue Intenzioni. Quasi, insomma, che il mercato americano viva quel sentimento oceanico che Rolland descriveva nelle sue opere.
Cos’è mai il “sentimento oceanico”?… Diciamo una sensazione d’espansione quasi illimitata che s’accompagna ad uno stato di benessere invero estremo. La miglior descrizione che potrebbe darsi di tale “sentimento” è probabilmente quella di una…
“esperienza estatica dove i confini del reale e dell’irreale sfumano l’uno nell’altro, dove il credibile e l’incredibile perdono ogni separazione, dove la stessa identità rischia di perdersi nel tutto che lo circonda”.
Freud ha provato a darne una definizione molto “efficace”, ancorché sbagliata:
– un sentimento di illimitatezza e di comunione col tutto da ricondursi, più propriamente, al “sentimento infantile d’onnipotenza”.
L’errore sta nel fatto che l’estasi non ha proprio nulla a che fare con un sentimento infantile. E non può certo dirsi “bambino” un mercato come il Dow Jones: proprio il mercato più anziano del mondo, suvvia. I mercati cosiddetti “bambini” (e ce ne sono ancor molti, in particolare tra i Paesi Emergenti, ma lo era pure il Nasdaq alla fine degli anni ’90) possono vivere, al massimo, un sentimento di “euforia irrazionale” che, tuttavia, non ha nulla a che far con “l’estasi”: quest’ultima, infatti, è un sentimento adulto, è quel che prova chi sente la vittoria ormai prossima, ma dopo una dura fatica in cui s’è speso gran parte del proprio tempo nel carpire i segreti del proprio avversario. Il tutto nella speranza (consapevole!) che potesse finalmente arrivare il giorno in cui infliggergli la più cocente delle sconfitte. Nell’euforia irrazionale dei mercati bambini, al contrario, non c’è alcuna fatica: anzi è proprio l’assenza d’ogni possibile fatica che li rende così appetibili da tutti (la fabbrica dei soldi facili: non si dice, forse, così?…).
Ci rendiamo perfettamente conto che il linguaggio da noi or usato strizza facilmente l’occhio all’incanto, ma non è certo colpa nostra se il 2013 rischia di rivelarsi un anno fuor della rete delle possibilità previste. Lo stesso Caruso (che non manca giorno in cui qualcuno non provi a darci una libera interpretazione del suo pensiero…) ha definito il 2013 come “un anno in cui vincerà solo chi ragionerà in modo non convenzionale”… salvo poi, però, aggiungere “disciplinato e coerente con ciò che “si vede” e non con ciò che “si sente”. Noi s’è portati a credere che in quel “si sente” lui faccia riferimento all’udire, ma per evitare ogni equivoco, noi s’è preferito parlar di “sentimento” e non di “sentire”. Senza alcuna vena polemica, ovviamente. Anzi: proprio quale arma non convenzionale d’analisi.
Il problema è che quando si esce dalla rete delle possibilità previste si sfocia quasi inevitabilmente nella parola dei poeti (come Rolland), dei mistici, degli iniziati, nonché di tutti quegli oracoli che non si lasciano certo decifrare movendo da quel che è comune o persin convenzionale. Quando s’esce o si rischia d’uscire dalla rete delle possibilità previste, s’entra in un mondo che non è più quello cui ci siamo abituati, pigramente, a veder scorrere sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Fuor delle possibilità previste, infatti, resta solo la parola de “Il Matto” o del “Mato”, come è scritto nella carta zero dei Tarocchi Sola-Busca.
Oggi, però, che il Dow Jones ha annichilito, nei fatti, il precedente massimo del 2007 a 14198p, quel suo particolare sentimento oceanico scema, lasciando posto ad un “ben altro” che potremmo, per ora, definir pure “incertezza”, ma che nasconde al suo fondo un sentimento che ha più a che far con la Melancholia che non con la Paura. “La Melancholia è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza…” avrebbe scritto Sartre, se solo il suo editore non avesse imposto un altro titolo (“La Nausea”) al più famoso tra i suoi libri e, con esso, un altro nome a quel sentimento:
“Roquentin _ il personaggio del romanzo _ conserva ancora un briciolo di speranza: Anny gli ha scritto, la rivedrà. Ma Anny è diventata una cicciona greve e disperata; ha rinunciato ai suoi momenti perfetti, come Roquentin alle Avventure; anche lei, a suo modo, ha scoperto l’Esistenza e non hanno più nulla da dirsi. Roquentin torna così alla solitudine, sprofondando nell’enorme Natura accasciata sulla città e di cui prevede i prossimi cataclismi. Che fare?… chiamare in aiuto altri uomini?… Ma gli altri uomini, in fondo, sono gente dabbene: si scambiano gran scappellate e ignorano d’esistere. Lui deve abbandonare un’ultima volta “Some of these Days” e, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi.”
Non spaventatevi, su: Roquentin non è certo un americano (anche se molti scrittori americani avrebbero potuto, negli anni ’50, scriver cose analoghe): gli americani “si scambiano gran scappellate e ignorano d’esistere”. Ed è proprio questa, in fondo, la loro forza: guardano sempre il mondo, come ci ricorda Steinberg, dalla “9th Avenue”…
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E così, ai loro occhi, gli altri sono… “non altro che una semplice linea dell’orizzonte”.
Steinberg era anch’egli un melancholico e, come tutti i melancholici (o quasi), dotato del “buon senso dell’ironia”: la sua grande capacità, come ben mostra il disegno di pagina precedente, era quella di “condensare il tutto in una sola immagine” (sempre vincente, poi, vista la lunga collaborazione che ebbe con “The New Yorker”).
Condensar tutto in una sola immagine è sempre difficile, come sceglierne una, ed una sola, per “identificare” l’ultimo trimestre del 2013 sui mercati finanziari. Noi, in testa, n’abbiamo già una, ma preferiamo che sia il tempo a rubarcela: perché sarà proprio il tempo, e non altri, a decidere lo scontro tra Titani di cui s’è detto in precedenza.
Sul Siderografo 2013 sono rimaste ancor due date, il 10 ottobre e poi il 4 novembre,
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quindi più nulla sin al 2 gennaio 2014 (nuova “data di gran rilievo”). Come dir che,
– a differenza di quant’accaduto in passato, in altre occasioni, non avremo tempo all’inizio del prossimo anno per decider cosa sarà meglio fare:
– dovremo deciderlo in questo trimestre e sarà una decisione, qualunque essa sarà, sofferta e che ci coinvolgerà comunque a lungo;
– ecco perché, più che giocar di riflesso coi mercati (giorno dopo giorno, come s’è spesso fatto in passato attraverso i nostri report), questa volta s’è scelta la strada della riflessione, con lo sguardo volto non già verso le ombre, ma verso il tempo che non invecchia in fretta perché, altrimenti, non potrebbe più dirsi “lungo”;
– non saremo granché interessati, insomma, a quel che ci accadrà sotto il naso, ma valuteremo con grand’attenzione quel ch’accadrà, sotto il nostro naso, per capire quel che potrà attenderci oltre la curva, quasi “a gomito”, del cambio d’anno: perché questo è quel che ci mostra il Siderografo 2014!
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Quel che potrebbe esservi alle spalle del prossimo 2 gennaio non è ancor chiaro e non è certo l’attuale MACD settimanale dello S&P500 che può aiutarci a decifrarlo: siamo ancor lontani da tale data e gli eventi attesi paiono d’una portata tale che l’esperienza del passato potrebbe solo aiutarci a confondere ancor più le nostre idee:
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Più che all’esperienza, pertanto, ci affideremo al “gioco del se”. Non lo conoscete?… Poco male ve lo spiegheremo noi, percorso facendo. E ve lo spiegheremo, per render la cosa ancor più intrigante, attraverso i nuovi Modelli A&P e, soprattutto, R&S dedicati agli ETF: capirete così perchè le soglie toccate sono, il più delle volte, meno importanti delle fasi raggiunte, perché attraverso i soli percorsi si possono far delle ottime analisi senza saper nulla di quel che s’ha sotto gli occhi, perché… ecc. ecc.

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