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AVVENTURE MONETARIE Le storie parallele di Bitcoin, oro e scellino somalo

- GIORNALI

Si dice spesso che l’anomalia dell’euro è quella di essere, unico caso al mondo, una valuta senza stato. Non è del tutto vero. L’euro ha certamente molte anomalie, ma ha quanto meno una banca centrale che se ne occupa…..


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Anche le monete virtuali come il Bitcoin hanno una sorta di istituto di emissione. L’oro, invece, circola da sempre con o senza la benedizione delle banche centrali. C’è poi il caso delle valute degli stati collassati, che possono avere una seconda vita anche in assenza (o proprio per l’assenza) di un istituto di emissione.
Nel gennaio 1991 crolla il regime militare di Siad Barre in Somalia. Lo stato implode. La banca centrale cessa di funzionare. La sua sede, lo storico palazzo della Banca d’Italia di Corso Somalia 55, viene saccheggiata come tutti gli edifici pubblici. Vengono portati via anche gli infissi e rimane solo uno scheletro vuoto.
Nel 1991 la Guerra Fredda è finita da poco più di un anno. L’Europa esulta. L’Africa subsahariana, fino al 1989 divisa tra stretta fedeltà all’Occidente e appartenenza alla sfera d’influenza sovietica, viene abbandonata a se stessa e precipita, nelle situazioni più deboli, nel caos della guerra civile. In Somalia, Liberia e Sierra Leone collassano le strutture statuali e si precipita in uno stato di natura fatto di signori della guerra, bande armate, lotte claniche e fondamentalismo. In tutti e tre i casi (come anche in Sudan e, forse, in Congo) il conflitto dura due decenni e termina ai giorni nostri, in parte per stanchezza e in parte per l’intervento della comunità internazionale.
Dopo il collasso dello stato, Liberia e Sierra Leone si dollarizzano subito. In Somalia, invece, accanto al dollaro continuano a circolare i vecchi scellini. Non sono più garantiti da nessuna autorità, sono pura carta sempre più logora, ma sono lo stesso accettati da tutti, in mancanza di meglio, come mezzo di scambio.
Nel corso della guerra civile alcuni clan, signori della guerra e imprenditori privati stampano in proprio, con quattro rotative, una notevole quantità di nuovi scellini palesemente contraffatti. Vengono in qualche modo accettati anche questi, con ovvie conseguenze in termini di inflazione e di svalutazione.
Dal 2008 nessuno in Somalia stampa più niente. Il risultato è che, se nel 2008 occorrevano 34mila scellini per comprare un dollaro, oggi ne bastano 17mila. La Somalia, non avendo lo stato, non ha disavanzo pubblico, l’America sì. La Somalia, al contrario dell’America, è in attivo sulle partite correnti. Deve barattare tutto quello in cui commercia (nessuno le fa credito) e ha un costante afflusso di dollari dai suoi emigrati e (da due anni) dalle agenzie internazionali. Con sempre più dollari in cassa e lo stesso numero di scellini in circolazione è logico che lo scellino si rivaluti. Lo stato somalo (che nel frattempo si è diviso in Somaliland, Puntland e Somalia) è da qualche mese in via di ricostruzione. La banca centrale ha un palazzo restaurato di fresco, un sito web disegnato bene ed è animata dalle migliori intenzioni. Fra qualche mese riprenderà a stampare scellini, sostituendo quelli in circolazione. Vuole una valuta forte, stabile e collegata con l’area monetaria dell’afro, la valuta comune che Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi si apprestano ad adottare entro il 2020.
Se lo scellino somalo è raddoppiato di valore in cinque anni, il Bitcoin è passato dai 15 dollari di gennaio ai 1200 attuali. La circolazione aumenta di una quota fissa ogni anno e si stabilizzerà fra qualche anno a 21 milioni di unità. Partito come una stranezza da nerd ha conquistato nel tempo fasce di cultori che vanno dalla malavita agli investitori argentini o cinesi che vogliono mettere i loro soldi al sicuro. Da qualche mese si è dato una ripulita, non è più anonimo e viene accettato da un numero crescente di siti commerciali, tra cui Amazon. Viene usato in sempre più numerosi paesi emergenti, in particolare in Kenya, per le rimesse dall’estero.
Il Bitcoin è oggi rispettabile e molto cool. L’oro fa vecchio, il Bitcoin fa giovane. La Bce gli ha dedicato uno studio di 55 pagine che, seguendo l’approccio della Bundesbank nei confronti delle valute complementari che circolano attivamente in tutta la Germania, dà la luce verde, a condizione che l’offerta di moneta rimanga limitata nel suo controvalore in euro.
Che il Bitcoin piaccia ai libertari e agli economisti di scuola austriaca non sorprende. È una valuta privata (o di rete, come suona meglio dire oggi), non può essere stampata discrezionalmente ed è totalmente affidata al mercato, senza manipolazioni. La Bce, tra le righe, lo considera un giocattolo divertente, un esperimento interessante e, nella sua anima Bundesbank, un utile argine ideologico ai possibili abusi di potere delle banche centrali nel caso prendano troppo gusto nella creazione di nuova moneta.
Più sorprendente è la luce verde dalla Fed, che nella sua componente di maggioranza non perde invece occasione per denigrare l’oro, considerato un nemico potenzialmente temibile. Anche per la Fed, evidentemente, prevale la curiosità, la stessa che la indusse nel 2007-2008 ad accettare l’esplosione di nuovi strumenti finanziari straordinariamente complicati che poi provocarono i danni che conosciamo. Il Bitcoin, per la Fed, è un piccolo esperimento di laboratorio che, anche in caso di crash, non farà troppo rumore.
Sorprendente al massimo grado (ma a pensarci meglio non sorprendente affatto) è la simpatia cinese per il Bitcoin. Non parliamo solo del settore privato, che sta creando un indotto di imprese legate alla valuta virtuale, ma delle autorità politiche e monetarie, che incoraggiano i cinesi a comprare Bitcoin.
Questo atteggiamento si comprende meglio se si pensa al fatto che il governo cinese incoraggia anche gli acquisti privati di oro. È sempre più evidente che Pechino vuole emanciparsi dal dollaro e indebolirne il prestigio e l’utilizzo come valuta commerciale globale. La Cina sta sistematicamente costruendo le basi per fare del renminbi una valuta di riserva. In Africa, Asia e America Latina la Cina paga ormai solo in renminbi e non in dollari. I renminbi vanno così a costituire una parte crescente delle riserve valutarie dei paesi emergenti.
La Cina è uno dei pochi paesi che non forniscono dati sulle loro operazioni sull’oro, ma nel mercato ci sono pochi dubbi sul fatto che gli acquisti cinesi (non solo privati, ma anche del settore ufficiale) siano costanti e significativi. È chiaro che la Cina si prepara a presentare al mondo il renminbi come l’unica valuta, insieme al franco svizzero, massicciamente garantita dall’oro. Anche Putin ha questa ambizione per la Russia, ma il rublo, come valuta internazionale, non andrà mai oltre la sua tradizionale sfera d’influenza.
Perché allora l’oro scende ormai da quasi due anni? Per rispondere può essere utile osservare il comportamento divergente, negli ultimi mesi, dell’oro in lingotti (che continua ad essere accumulato lentamente nei depositi specializzati) e dell’oro finanziarizzato, quello degli Etf dedicati, che stanno sgonfiandosi rapidamente provocando la caduta del prezzo.
L’oro fisico e l’oro-Etf sono seguiti da due generi diversi di pubblico. Il primo è composto da compratori strategici, sia privati sia banche centrali di paesi emergenti. Costoro credono nell’oro (senza necessariamente farne una religione e magari solo come diversificazione) oppure vedono con molto sospetto la continua espansione della base monetaria dei paesi sviluppati e la loro crisi fiscale strutturale. Alcuni di loro comprano finché sono in tempo, con l’idea che l’oro potrà un giorno essere dichiarato illegale o essere pesantemente tassato. Non è una paranoia. Gli acquisti indiani, sempre più consistenti negli ultimi anni, sono diminuiti bruscamente da quando il governo ha introdotto una tassa penalizzante.
L’oro-Etf è invece seguito da operatori finanziari per loro natura orientati al breve termine. Non si tratta solo di hedge fund, ma anche di gestori di fondi tradizionali. Questi ultimi sanno molto bene che i loro clienti possono anche comprarsi per conto proprio qualche moneta d’oro e sopportare tranquillamente un calo di prezzo, salvo diventare assai critici se a perdere sull’oro è il loro fondo o il loro gestore.
Questo atteggiamento prociclico degli investitori finanziari, e non il tapering o il rialzo dei tassi, è la vera causa del ribasso dell’oro. Dopo essersi enormemente gonfiati nel 2011, tuttavia, gli Etf-oro si sono sgonfiati di due terzi nel bear market successivo. La loro spinta ribassista è quindi destinata a diminuire fino ad esaurirsi nel corso del 2014. Da quel punto in avanti inizierà a farsi sentire la lenta pressione rialzista dei compratori di oro fisico.
La nostra previsione per il 2014 è di un oro molto volatile con minimi più bassi rispetto a quelli di quest’anno. Nel medio termine, tuttavia, l’oro avrà la possibilità di riprendersi. Considerarlo finito o superato dalle valute virtuali, in ogni caso, ci pare assolutamente prematuro.
Quanto al Bitcoin, in assenza di crash tecnici che ne riducano il fascino o di interventi legislativi che ne colpiscano lo spazio di agibilità la platea dei cultori continuerà ad allargarsi di svariati ordini di grandezza. Con un’offerta finita, questo potrà portare a ulteriori clamorosi rialzi. Detto ciò, consiglieremmo di dedicare al Bitcoin solo i fondi normalmente spesi per attività ludiche o di azzardo. Ci sono molte più probabilità di diventare milionari con il Bitcoin che con un biglietto della lotteria, ma la possibilità di perdere tutto (magari perché spunta improvvisamente una moneta virtuale ancora più cool) ci induce a suggerire di mettere il denaro serio altrove.
Venendo al breve termine, i recenti dati positivi sull’occupazione e la produzione industriale americane hanno seminato nervosismo tra i cultori del Quantitative easing come fonte di inesauribili rialzi di borsa. Dopo mesi al galoppo il mercato sente istintivamente avvicinarsi il momento di una correzione ed è portato a piccole ondate di panico quando vede dati troppo positivi.
La correzione verrà, come sempre, ma non è detto che sia imminente. Da una parte c’è qualche segno di disgelo nella Washington della politica. Questo potrebbe rendere gennaio e febbraio meno pericolosi. Dall’altra parte il tapering, se anche dovesse iniziare con il Fomc del 17-18 dicembre, verrebbe avviato nel modo più dolce possibile. Se poi il Fomc dovesse rinviare il tapering, l’anno si chiuderebbe su nuovi massimi.

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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