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BALOON BULL Amare o odiare il rialzo, l’importante è esserci

- GIORNALI

Bene, ora lo sappiamo. Il più grande artista vivente (misurato in dollari) è Jeff Koons. Il suo Baloon Dog (Orange) è stato venduto nell’ultima asta di Christie’s per 58.4 milioni di dollari, ….


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una cifra che sembra spropositata ma che equivale al disavanzo pubblico che l’Italia produce ogni otto ore. Nemmeno Fidia o Michelangelo, ai tempi loro, furono mai valutati così tanto da vivi. Ne possiamo concludere che Koons è il più grande artista vivente di tutti i tempi.
A modo suo Koons è un personaggio molto interessante. Ha l’aspetto di un banchiere di Wall Street e nella sua foto ufficiale ha la cravatta, la camicia bianca e i capelli corti, rari tra gli artisti. Ha anche avuto un consulente d’immagine. Anni fa ha sposato Ilona Staller. L’aveva vista fotografata su una rivista europea e aveva preso immediatamente l’aereo per venire ad assistere a una sua performance a Roma. Koons ne rimase affascinato e si propose. Ne nacque una serie di sculture, Made in Heaven, che a un occhio poco allenato potrebbero anche apparire piuttosto discutibili.
Koons è definito dai critici di buona volontà come post-Pop. È dunque figlio della Pop Art, a sua volta discendente dal Dada. Dall’orinatoio di Duchamp (oggi al Moma) si passa alle bottiglie di Coca Cola di Andy Warhol (57.2 milioni di dollari alla stessa asta di Christie’s) e si arriva diritti alla serie New Equilibrium di Koons, che studia differenti allineamenti di aspirapolvere, disposti ora in circolo, ora in fila, ora uno sopra l’altro.
Il filo rosso che lega queste esperienze è la riproposizione di oggetti della vita quotidiana rimossi dal loro contesto e quindi visti con altri occhi e con un effetto di straniamento. A ogni passaggio generazionale, tuttavia, la virulenza iniziale si stempera, per poi sparire del tutto.
Il Dada nasce nel 1916 in piena guerra. Ha una forte carica di ribellione radicale e prepolitica. Vuole essere anti-arte e anti-senso. L’orinatoio di Duchamp è del 1917. Lo volevamo gettare in faccia al pubblico, scriverà mezzo secolo più tardi il dadaista Richter, volevamo sfidare la gente e oggi vediamo invece che lo stesso oggetto viene visto addirittura come esteticamente piacevole.
Nella Pop Art la carica violenta si degrada in semplice ironia o, al massimo, in un educato e composto pensiero critico. Alla rivista Life, che nel 1964 lo definisce il peggior artista di tutti i tempi, Roy Lichtenstein risponde che più i suoi lavori sono simili agli oggetti originali più sono minacciosi e critici. Nessuno, però, si sente davvero molto minacciato dai suoi fumetti.
Sarà forse più inquietante, qualche anno più tardi, Andy Warhol, ma più per i tratti della sua personalità di devoto cattolico e perverso polimorfo che per le sue zuppe Campbell e i suoi multipli di Marilyn Monroe.
Con Koons la perdita di carica ideologica diventa praticamente completa.
Il severo messaggio situazionista di Guy Debord, la società dello spettacolo che feticizza la merce e omologa e aliena le persone, diventa in Koons lo sguazzare apparentemente felice e spensierato ai confini del Kitsch insieme alla Staller ieri e a Lady Gaga oggi. I suoi cuccioli e maialini di porcellana da edicola della stazione sono talmente disorientanti da fare pensare a qualche inevitabile messaggio nascosto, ma sarebbe l’autore stesso, con una frase forse apocrifa che gli viene spesso attribuita, a negare questa possibilità. Un osservatore, avrebbe detto Koons, potrebbe vedere ironia nelle mie opere, ma io non ne vedo affatto.
In quel grande spettacolo che sarà la bolla azionaria che (probabilmente) verrà vedremo convivere diverse tipologie umane. Ci saranno i critici severi, obbligati a tenere azioni per non perdere terreno rispetto ai benchmark ma in cuor loro odiatori del rialzo. Ci saranno i compratori distaccati e ironici, quelli che saranno perfettamente consapevoli della bolla ma ci staranno dentro perché è sbagliato andare controcorrente, perché si possono comunque fare soldi e perché capiranno in tempo quando sarà il momento di uscire. E poi ci saranno quelli che non si faranno troppi problemi e sguazzeranno felici, spensierati e inconsapevoli nel rialzo, privilegiando naturalmente i titoli più Kitsch, alcuni dei quali già da tempo partiti per la tangente .
L’asta di Christie’s ha valutato tutti generosamente, dalla blue chip di Francis Bacon (142 milioni) alla growth stock di Warhol al difensivo De Kooning (27 milioni) fino a Koons, le cui quotazioni così volatili fanno pensare a un titolo speculativo. Tutti gli stili di investimento nell’arte sono in questa fase premiati o, nel caso peggiore, sono semplicemente lasciati da parte senza per questo perdere di valore.
Lo stesso avverrà per l’azionario. Non sappiamo quanto potrà salire nei prossimi due-tre anni. Può anche darsi che non salga molto, ma è comunque difficile che scenda in modo duraturo. È questa asimmetria che continuerà a renderlo molto interessante.
Ray Dalio, uno dei migliori gestori, sostiene che nei prossimi dieci anni l’azionario renderà il 4 per cento all’anno. Larry Fink di Blackrock dice che se il mondo crescerà del 4 per cento l’anno (non lontano dal livello attuale) le azioni renderanno il 7 per cento. Nel clima eccitato della fase attuale queste cifre possono non sembrare così interessanti, ma è difficile credere che i bond e il cash faranno di meglio. Siamo anche dell’idea che le performance di borsa saranno più alte nei prossimi due-tre anni, salvo poi consolidare nel periodo successivo.
Ricordiamo poi che è scorretto definire le borse nel loro complesso come già ora sopravvalutate. Ci sono infatti settori e titoli cari che convivono con i comparti ciclici ancora a buon mercato.
Nei giorni scorsi è stato chiesto a James Bullard, un autorevole membro del Fomc di scuola monetarista, se le borse sono in bolla. La risposta è stata convintamente negativa. È stato chiesto subito dopo se sono per caso i bond a essere in bolla. Ecco una bella domanda, ha risposto Bullard.
Parliamo sempre più spesso di bolla azionaria perché le borse salgono tutti i giorni. Non parliamo più di bolla obbligazionaria perché i bond si sono stabilizzati. Come i rettili, vediamo e temiamo il movimento e ignoriamo quello che rimane fermo. In realtà, nonostante il forte rialzo, le azioni sono tuttora molto meno care dei bond e hanno quindi un ulteriore spazio di recupero, quanto meno in termini relativi.
Ed Yardeni, un osservatore brillante dell’economia e dei mercati, dice che siamo passati da un 2009 in cui, rooseveltianamente, l’unica cosa di cui avere paura era la paura stessa a un 2013 in cui bisogna cominciare ad avere paura della mancanza di paura. Nonostante questo, Yardeni considera irresistibile la combinazione di crescita in accelerazione e politica monetaria ultraespansiva e ipotizza un rialzo esplosivo, un meltup.
Non siamo molto d’accordo. Nel mercato attuale ci sono dei meccanismi di autoregolazione per cui un dato negativo è letto positivamente (niente tapering), mentre un dato macro positivo riapre la questione degli acquisti di titoli da parte della Fed. Da gennaio in avanti, d’altra parte, il dibattito politico riprenderà a Washington con le consuete incognite. Se l’indice SP 500 supererà 1800 saremo più portati a suggerire qualche realizzo che a proporre ulteriori acquisti.
Tutto fa però pensare che, salvo sorprese esogene, alla fine dell’anno prossimo le borse saranno sopra i livelli attuali. Per questo pensiamo che tutte le tipologie di investitori (odiatori del rialzo, disincantati, critici, ironici e spensierati) faranno bene a mantenere una buona parte delle loro posizioni anche quando sembrerà profilarsi una inevitabile correzione.
Con una postilla per gli spensierati. Facciano attenzione, perché le azioni da casinò, come stiamo vedendo in questi giorni, possono scendere bruscamente anche durante un bull market generale. E non dimentichino che quando il bull market finisce e la tendenza si inverte, i Monet o i Kandinsky si difendono meglio dei Koons. Ci sarà, fra cent’anni, un compratore di Koons?

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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