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FS: I pregi della copertura del rischio cambio su bond ed equity

Molto spesso la valuta rappresenta una variabile che può “disturbare” l’investimento azionario ed obbligazionario. Il Giappone viene sempre portato come esempio soprattutto per l’azionario……

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Autore: Dino Zannoni – Forex Strategico

La performance positiva delle azioni nipponiche viene falcidiata dalla debolezza dello Yen rendendo l’investimento meno profittevole di quello che si sarebbe potuto ottenere coprendo il rischio di cambio.

Fortunatamente negli ultimi anni ETF e fondi hanno creato prodotti coperti dal rischio di cambio, ma la domanda che sorge spontanea è se questa opzione di copertura è storicamente e finanziariamente sensata oppure no.

Sicuramente la copertura del cambio non è uno strumento interessante per le borse o per i bond emergenti in valuta locale dove gli ampi differenziali di cambio rendono molto onerosa la copertura.

Diverso è il discorso per borse o bond come quelli americani, giapponese, svizzeri o inglesi dove i tassi sono praticamente azzerati e quindi con un differenziale rispetto all’Europa molto contenuto.

L’opzione di copertura dal rischio cambio risulta consigliabile quando si vive in un ambiente di Dollaro forte. A questa conclusione è giunto uno studio di wisdomtree. L’analisi è concentrata sul rischio azionario e, come si vede dalla tabella seguente, nel lungo periodo l’indice europeo MSCI EMU performa decisamente meglio in una fase di Euro discendente (+14,5%) rispetto ad una fase di Euro crescente (un modesto +1,4%). L’indice MSCI EAFE che comprende tutte le principali borse mondiali esclusa quella americana, conferma come i mercati azionari tendono a fare bene nelle fasi di dollaro forte (quindi debolezza valutaria locale) con un apprezzamento medio del 12,1%.

Questa conclusione giunge dopo aver analizzato un archivio storico di oltre 40 anni, ma presenta una sua debolezza nel cambiamento al quale sono soggette le correlazioni tra valute e borse.

Anche sul fronte obbligazionario possono però essere fatte delle considerazioni interessanti.I bond hanno due fonti principali di rendimento: il flusso cedolare e la variazione di prezzo. Ovviamente la parte dominante del rendimento è rappresentata dalle cedole mentre una piccola parte può derivare nel lungo periodo dalla crescita del prezzo ed ovviamente solo se il bond viene venduto prima della scadenza. Questa regola vale però solo per le emissioni in valuta domestica (Euro), poiché per quelle in cosiddetta divisa out una terza fonte di rendimento può arrivare dall’apprezzamento della valuta di emissione del bond.

In alcuni casi la scelta ricade su un bond in valuta diversa da quella nazionale anche per diversificare il rischio emittente o spuntare un rendimento più interessante, ma questo pone il dubbio se per l’efficienza del portafoglio è meglio coprire il rischio di cambio oppure no.

A questo quesito risponde Alliance Bernstein con un interessante studio.

Tra il 1994 e il 2013 un classico investimento Global Aggregate tarato sull’indice Barclays ha prodotto nella versione coperta da rischio cambio un ritorno del 5.6% contro il 5.7% della versione non coperta, un inaspettato e sostanziale pareggio. L’analisi è tarata sull’investitore americano e la stranezza deriva proprio dal fatto che tendenzialmente in questo periodo il dollaro si è indebolito.

Ma la sorpresa più grande è un’altra. Sebbene l’esposizione valutaria è vista come fonte di diversificazione del rischio essa non riduce affatto la volatilità, anzi. Come si vede dal grafico un portafoglio global bond (fatto quindi di emissioni internazionali) con rischio di cambio coperto è risultato sempre meno volatile (quindi rischioso) dell’equivalente a cambio aperto, oltre che dello stesso investimento domestico in US bonds.

Quindi investire in bond globali con cambi aperti, dal 1994 al 2013, ha portato lo stesso risultato dei bond con cambio coperto, il tutto però con una rischiosità decisamente più elevata

Detto ciò, e detto anche che un’esposizione valutaria all’interno di ogni portafoglio porta efficienza e diversificazione, anche sui mercati azionari notoriamente volatili, utilizzare strategie di hedging che sottraggono volatilità al portafoglio totale può essere considerata un’attività utile a ridurre il rischio.

 

Strategie forex: pullback con bearish engulfing sull’Aussie

Buongiorno a tutti. Oggi voglio mostrare una strategia forex che spiego ai miei allievi nei corsi di formazione dedicati allo swing & position trading. Si tratta del pullback da un minimo a 2 mesi di calendario. Nel case study presentato stamattina sul tasso di cambio AUD/USD viene mostrato come era possibile prendere posizione short lungo un fortissimo trend direzionale ribassista dopo la formazione di un pullback semplice verso la resistenza dinamica della EMA20.

Tasso di cambio AUD/USD – grafico daily

Tra l’altro l’Aussie ferma il suo rimbalzo a contatto con la resistenza statica di area 0,9170. E’ proprio qui che si forma una candela di debolezza, nella fattispecie il bearish engulfing. Questo è un classico segnale forex di proseguimento della tendenza principale dopo un pullback, che anche il mio allievo Giuliano S. ha sfruttato alla perfezione inserendo un ordine sell limit a 0.9080 ottenendo un eseguito quasi millimetrico. Ieri l’Aussie è crollato come da programma, colpendo subito il primo target di 0,8970 e avvicinandosi al secondo obiettivo di 0,8860. – See more at: http://nicoladantuono.blogspot.it/2013/12/strategie-forex-pullback-con-bearish.html#sthash.dlKrtayD.dpuf

Analisi Forex Settimanale: Niente sorprese Janet Yellen

Tocca alla Yellen piazzare la seconda benda sui mercati feriti. Dopo Draghi la Fed potrebbe ristabilire un pò di quella fiducia che servirà agli asset manager per ricostruire le posizioni lunghe di equity. Pensiamo che difficilmente la Fed farà marcia indietro sui tassi, però un atteggiamento meno “frettoloso” nel prossimo quartino di rialzo potrebbe essere utile a tranquillizzare i mercati.

Per quello che riguarda EurUsd siamo di fronte all’ennesima settimana di trading range. La promessa BCE di mettere mano al QE nel mese di marzo non ha scaldato i venditori di Euro, forse ancora troppi vista la corposa posizione short detenuta dagli hedge fund sul mercato dei futures. Rimangono quindi blindati i due livelli di 1.05 (support) e 1.10 (resistenza) con 1.08 a fare da spartiacque per scenari tecnici di breve periodo bearish o bullish. Al momento rimane in formazione una teorica figura di testa e spalla rialzista che vede in zona 1.09 la neckline. Ovviamente sotto ai minimi di inizio 2016 sarebbe automatico un ritorno a 1.05.

L’Adx è un tipico indicatore di forza del trend che segnala, al superamento, di quota 30, l’accelerazione di una tendenza. Solitamente una tendenza finisce o si arresta quando l’Adx va in divergenza con i prezzi; al momento per diversi rapporti di cambio siamo ancora nella fase precedente a questo evento tecnico e questo sempre preludere al proseguimento delle tendenze in essere.

Stupisce la debacle della Sterlina che raggiunge un massimo assoluto di Adx contro Yen, ma che anche contro Dollaro tocca livelli molto elevati. Chi potrebbe essere tentato da un ingresso long sul Pound farebbe bene a guardare il grafico del Cable degli ultimi 10 anni. Quando questi picchi di sentiment negativo si sono registrati (2008 e 2014) la caduta di GbpUsd aveva ancora parecchia strada da percorrere.

Per la seconda volta la barra mensile di EurJpy tocca quel livello di 126.10 che sembra rappresentare uno scoglio piuttosto duro per la divisa nipponica. Siamo anche in zona 38,2% di ritracciamento dell’intero rialzo cominciato nel 2012 ed una rottura verso il basso proietterebbe il cross a 122, 50% di ritracciamento del bull market partito nel 2012. Molto dipenderà dalla propensione al rischio di un mercato ancora in tensione. Sfondamenti verso il basso segnalarebbero probabilmente nuovi ribassi azionari associati ad una Bce che inietterebbe altra liquidità sul mercato via QE. Ovviamente anche l’atteggiamento della Bank of Japan potrebbe influenzare l’andamento della valuta ma quello che è certo è che EurJpy è arrivato ad un importante bivio come del resto anche UsdJpy che in zona 116 trova una zona di supporto cruciale per il resto del 2016.

Falsa rottura rialzista quella di EurNok con le divergenze Rsi-prezzi che alla fine prevalgono spingendo nuovamente il cross sotto 9.50. A questo punto EurNok potrebbe ritornare nella cruciale fascia di supporto di 9.15 dove le sorti della divisa norvegese (e forse del petrolio) saranno decise per almeno la prima parte dell’anno. Tecnicamente non escludiamo però un affondo sotto 9.15 come compensazione alla falsa rottura rialzista che solitamente crea le condizioni per un ‘analogo contro rottura questa volta ribassista.

Fonte: TrendAndTrading.it

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