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JCI: Giappone. L’ Abenomics è davvero un programma sostenibile?

Più volte negli ultimi anni abbiamo segnalato che uno degli elementi di sostenibilità dell’ingente debito pubblico giapponese era rappresentato dal notevole surplus di bilancia commerciale (la differenza tra esportazioni ed importazioni), ….


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che generando riserve valutarie per il paese, consentiva di mantenere il debito netto sotto controllo, nonostante il dato lordo fosse ormai ben al di sopra del 200% del PIL. Col nuovo corso del governo giapponese (la così detta “Abenomics”), si sta ora puntando su politiche espansive che facciano ripartire crescita economica e inflazione, cronicamente vicina o al di sotto dello zero. Da questo punto di vista, complice anche la recente svalutazione dello Yen, la crescita economica è effettivamente migliorata, e l’inflazione ha recentemente superato il 1%, attestandosi a +1,5% a novembre.

Fonte: Bloomberg

Il combinato disposto di crescita più inflazione non è stato però in grado fino ad ora di invertire o arrestare la tendenza della crescita del debito pubblico, sia nominalmente, sia rispetto al PIL. A dire il vero, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) si aspetta che dopo un crescita di questo rapporto (Debito/PIL) di circa l’8% nel 2012 e 5,5% nel 2013, dal 2014 in poi si stabilizzi e addirittura cominci a decrescere. Staremo a vedere, certo é che se le aspettative ottimistiche del FMI non si dovessero concretizzare, si potrebbe materializzare qualche perplessitá sulla “Abenomics”.

Fonte: Bloomberg    Elaborazione: JCI Capital

Questa circostanza rende a nostro avviso assai rilevante l’andamento della bilancia commerciale e delle riserve valutarie. Da dopo l’incidente di Fukushima infatti il Giappone ha chiuso le centrali nucleari, costringendo ad una maggiore importazione di carburanti fossili. Il successivo indebolimento della valuta ha avuto come prima conseguenza l’aumento del loro costo (poiché sono pagati in USD), mentre le esportazioni sono cresciute meno che proporzionalmente.

Fonte: Bloomberg    Elaborazione: JCI Capital

Questa circostanza rende a nostro avviso assai rilevante l’andamento della bilancia commerciale e delle riserve valutarie. Da dopo l’incidente di Fukushima infatti il Giappone ha chiuso le centrali nucleari, costringendo ad una maggiore importazione di carburanti fossili. Il successivo indebolimento della valuta ha avuto come prima conseguenza l’aumento del loro costo (poiché sono pagati in USD), mentre le esportazioni sono cresciute meno che proporzionalmente. Questa situazione è abbastanza normale in concomitanza con l’indebolimento della valuta locale, soprattutto per un paese importatore di materie prime e carburanti fossili, poiché il prezzo di questi ultimi sale immediatamente (facendo aumentare da subito il valore delle importazioni), mentre le imprese ci mettono più tempo a riallineare la produzione per avvantaggiarsi della svalutazione interna (quindi le esportazioni salgono lentamente). Questa fase è nota come “J effect”. 

Dopo ormai 15 mesi dall’inizio della fase di svalutazione dello Yen peró, la fase finale del “J effect”, quella cioè nella quale le esportazioni ricominciano a crescere più delle importazioni, dovrebbe cominciare a concretizzarsi. Se questo non dovesse succedere nei prossimi 3-6 mesi, i mercati potrebbero cominciare a ponderare in maniera più significativa, rispetto ad oggi, che la “Abenomics” stia portando il Giappone su traiettorie insostenibili. Per il momento è importante seguire l’andamento dei dati di crescita economica, inflazione e bilancia commerciale. Se non ci saranno evoluzioni positive ben difficilmente la borsa giapponese potrà avvicinare i risultati del 2013. Per quanto riguarda lo Yen invece, il successo della “Abenomics” sembra abbastanza incompatibile con una forte rivalutazione, poiché rischierebbe di compromettere la ripresa economica; tanto è vero che uno dei suoi “pilastri” è il comportamento accomodante della Bank of Japan. Un insuccesso invece indebolirebbe l’economia, uno scenario anche questo incompatibile con una forte rivalutazione dello Yen. Se poi l’eventuale crisi arrivasse al punto di intaccare la fiducia sulla tenuta finanziaria del paese, ci sarebbero in teoria i presupposti per un crollo nel valore della divisa giapponese.

È dunque segnato il destino dello Yen? Potrebbe sembrare di sì, ma proprio questa apparente facilità nel delineare scenari di debolezza rappresenta il rischio più grande; un recente studio ha segnalato come le posizioni corte sullo Yen siano il trade più diffuso tra gli hedge funds e gli investitori speculativi. Come ricorda chi nel 2013 aveva investito in obbligazioni dei paesi emergenti, per gli investitori essere in compagnia troppo numerosa spesso non è foriero di risultati positivi. Per chi invece ritiene che comunque valga la pena puntare sulla debolezza dello Yen, il recente rafforzamento della valuta giapponese (3,50% contro Euro e 3% contro USD dai massimi di inizio gennaio) potrebbe essere una buona opportunità di entrata.

 


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