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JCI: Outlook della settimana. Doccia fredda sui trend di inizio anno

Il mercato è partito nel 2014 baldanzoso, fiducioso sul tema di una forte ripresa americana. Alcuni trend conseguenti erano condivisi da molti operatori: forza del dollaro, debolezza dei bond, out performance dei mercati azionari dei paesi sviluppati rispetto a quelli emergenti……


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Da questo punto di vista il dato sull’occupazione di venerdì ha provocato una discreta doccia fredda. Da tempo sosteniamo che il dato più atteso in assoluto – quello appunto sui Non-Farm Payrolls – è anche il più randomico e inaffidabile essendo sottoposto a successive revisioni davvero significative. In questo caso specifico poi il dato è stato oltremodo bizzarro con molti meno posti di lavoro creati (74.000 vs 200.000 attesi) ma al tempo stesso un tasso di disoccupazione in crollo verticale (da 7.0% a 6.7%). Dalla confusione, a cui hanno contribuito fattori meteorologici apertamente dichiarati dal Bureau of Labor Statistics, non emerge forse il quadro chiaro di un’economia debole (qualcuno sostiene che il 74.000, proprio a causa maltempo, possa essere letto come vicino agli attesi 200.000) ma sicuramente le certezze di chi si aspetta tassi di crescita US ben sopra il 3% per il 2014 sono ora un poco meno salde e in trepida attesa per dati economici più rassicuranti. Inoltre la discesa della disoccupazione è sempre legata a doppio filo alla forte discesa della partecipazione della popolazione alla forza lavoro, ridottasi dal 66% del dicembre 2007 agli attuali 62.7% (vedi “un grafico che ci piace…”). In sostanza la disoccupazione scende per motivi non particolarmente positivi creando in aggiunta ulteriori problemi di comunicazione alla Fed. La banca centrale potrebbe infatti trovarsi a breve di fronte alla soglia del 6.5%, da loro mesi fa annunciata come minimo indispensabile per pensare di alzare i tassi, con un mercato del lavoro che non è certo così florido come questo indicatore potrebbe superficialmente suggerire. La nostra idea di fondo è che gli Stati Uniti continueranno a crescere ben di più dell’Europa ma questa crescita non sarà necessariamente tale da permettere alla Fed di iniziare ad alzare tassi in tempi relativamente brevi, cioè nei prossimi 12-18 mesi.

In Europa il problema è di natura diversa. Passano i mesi è la disinflazione sembra continuare nonostante si siano visti qualche accenno di ripresa economica e notevoli passi avanti sul piano della fiducia dei mercati finanziari. Prima o poi l’ECB dovrà confrontarsi seriamente con questo problema dal momento che il loro mandato è proprio sulla stabilità dei prezzi (con inflazione sotto ma vicina al 2%). Per il momento la foglia di fico delle aspettative d’inflazione stabili al 2% tiene. Ma è noto quanto essa sia una variabile economica di difficile misurazione e non sempre affidabile, venga essa monitorata con il mercato dei bond con protezione all’inflazione oppure con sondaggi di operatori. Quindi riporre in questa misurazione troppa fiducia potrebbe essere pericoloso. Intanto questa settimana verranno pubblicati i dati sui CPI europei (e non solo) relativi a Dicembre.

Dati macro. US: vendite al dettaglio (martedì), PPI e indice manifatturiero Empire State (mercoledì), CPI e indice manifatturiero Philly Fed (giovedì), fiducia dei consumatori e permessi abitativi (venerdì). EuroZona: produzione industriale dell’EuroZona, CPI francese e italiano (martedì), GDP tedesco e CPI spagnolo (mercoledì), CPI tedesco e per l’area nel suo complesso (giovedì).UK: CPI (martedì e vendite al dettaglio (venerdì). Altro: ordinativi di macchine utensili giapponesi (mercoledì), occupazione australiana (giovedì).

Trimestrali. Dopo la consueta partenza con Alcoa (dati non buoni) settimana scorsa, ora si entra nel vivo soprattutto con titoli finanziari: JPM e Wells Fargo (martedì), BofA (mercoledì), Citi e GS (giovedì), BofNY e MS (venerdì). Tra i non finanziari: Intel (giovedì) e GE (venerdì).

Banche centrali. Poco o nulla: in Brasile i tassi dovrebbero venir ritoccati al rialzo da 10% a 10.25% (mercoledì), in Cile rimanere invariati a 4.50% (giovedì).

UN GRAFICO CHE CI PIACE…

In questo grafico proposto da Ken Landon di JPM possiamo vedere come la discesa del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti sia dovuta, praticamente per intero, alla diminuzione della partecipazione alla forza lavoro da parte della popolazione totale. Se il ‘partecipation factor’ fosse rimasto invariato (al 66% pre-crisi) il tasso di disoccupazione attuale sarebbe ancora ben sopra il 10%. La vera domanda, a cui nemmeno la Fed sa al momento rispondere, è se la minor partecipazione sia dovuta più a fattori strutturali (demografici ad esempio) oppure ciclici (che la crisi abbia scoraggiato molti potenziali lavoratori dalla ricerca di un lavoro, cosa che potrebbe essere invertita grazie ad una robusta crescita economica).

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