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Macromonitor – 16/9/2013

L’anno in corso potrebbe essere ricordato come uno dei peggiori per l’obbligazionario degli Stati Uniti da alcuni decenni a questa parte. Il grosso delle perdite si è realizzato da maggio, dopo l’annuncio della Fed di uscita dal QE3. ……..

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Da quel momento il rialzo del mercato azionario è entrato in stallo.

Sull’obbligazionario statunitense si sono registrati ritorni totali negativi nel 1994 e nel 1999, in entrambi i casi a seguito di rialzi dei tassi ufficiali da parte della Fed. Ma in quei due anni l’economia cresceva anche in modo vigoroso, mentre oggi le previsioni di crescita, per gli Usa e globale, sono in flessione rispetto a inizio anno. Da qui il rischio che rendimenti in rialzo e crescita prevista in decelerazione possano danneggiare anche l’andamento azionario.

Il consenso resta per un avvio del cosiddetto tapering da parte della Fed al meeting di settembre, che dovrebbe rimuovere l’incertezza e contribuire a ridurre il premio al rischio azionario, beneficiando i mercati. In ottobre vi è tuttavia il rischio di una “serrata” del governo federale statunitense, in relazione al braccio di ferro tra la Casa Bianca ed i Repubblicani sull’innalzamento del tetto legale del debito federale.

Sui mercati dei titoli di stato, settimana di variazioni contenute, in attesa del meeting della Fed. Oltre a quantificare l’entità del taglio iniziale agli 85 miliardi di dollari di acquisti mensili, e la sua ripartizione tra Treasury e mutui ipotecari, i mercati attendono di vedere le previsioni della Fed sul livello dei tassi ufficiali al 2016. Oggi il consenso del mercato è per tassi ufficiali pari al 2,25% a quella data. Si attende inoltre di capire se la Fed modificherà la propria policy di comunicazione per contrastare ed ammorbidire l’inizio del tapering e rinforzare la distinzione tra fine degli acquisti da parte della Fed ed inizio di un ciclo di rialzi dei tassi ufficiali. Secondo alcuni osservatori, la Fed potrebbe segnalare che non vi saranno rialzi dei tassi ufficiali in caso l’inflazione non superi un certo livello, inferiore alla soglia tradizionale del 2%. In prospettiva, si sta comunque delineando un cambiamento strutturale nella domanda di titoli obbligazionari, nel senso di riduzione. Le maggiori fonti di acquisti, negli ultimi cinque anni, sono state le banche centrali (con operazioni di easing quantitativo di varia tipologia), i gestori delle riserve valutarie (soprattutto dei paesi emergenti) ed i fondi comuni obbligazionari. Ora, a seguito dell’annuncio da parte della Fed, i paesi emergenti hanno visto forti deflussi valutari, che quindi hanno frenato la crescita delle riserve e di conseguenza gli acquisti obbligazionari da parte dei gestori di riserve. Inoltre, i fondi comuni obbligazionari stanno sperimentando un rallentamento dei flussi da parte dei sottoscrittori. Tutte queste dinamiche congiurano negativamente sull’obbligazionario, indebolendo importanti fonti di domanda.

Sui mercati azionari sono stati nuovamente toccati i recenti massimi. Gli attuali livelli di multipli prezzo/utile appaiono in linea con le medie storiche di lungo periodo, anche se questo nulla dice riguardo le attese sugli utili e le variazioni del tasso di sconto degli utili nel corso del tempo, causato da incertezza o evoluzione dei rendimenti obbligazionari.

Sui mercati delle obbligazioni a spread in settimana si è verificato un restringimento, particolarmente ampio nel caso di high yield euro e mercati emergenti. La maxi emissione multi-scadenze di Verizon ha confermato l’esistenza di appetito degli investitori per le obbligazioni investment grade. Non bisogna tuttavia ignorare che l’offerta non accenna a rallentare, neppure in presenza di rendimenti più elevati, mentre l’evoluzione dei rating continua a mostrare una tendenza negativa, cioè una erosione media del merito di credito.

Sul mercato dei cambi, ci stiamo avvicinando ad un periodo di accresciuta incertezza, di fonte prevalentemente statunitense, che avrà le principali fonti nel contrasto sul tetto legale del debito federale e dalla nomina del successore di Ben Bernanke. Al momento, il dollaro resta entra il proprio corridoio di oscillazione estiva, con volatilità stabile o in calo su tutte le asset class. L’avvio del tapering della Fed appare ormai prezzato, mentre l’economia globale presenta aree di crescita che si sono ormai affiancare agli Stati Uniti, che invece prima dell’estate apparivano l’unico centro di crescita, stimolando quindi pressioni rialziste sul dollaro ora venute meno.

In settimana, le materie prime hanno ceduto parte dei recenti progressi, perdendo circa il 2%. Metalli preziosi ed energia particolarmente deboli, probabile riflesso della riduzione di probabilità di attacco militare alla Siria. Tuttavia, le condizioni persistentemente strette del mercato petrolifero, in termini di livelli di scorte e blocchi di produzione in Libia, Nigeria ed Iraq, e le evidenze di ripresa della produzione industriale globale contribuiscono a mantenere pressione rialzista sul prezzo del greggio. Al contempo, la ripresa cinese depone a beneficio dei metalli industriali e segnatamente del rame.

 

Fonte: phastidio.net

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