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Un buon livello di entrata per Rio Alto Mining, prima parte

Alcuni titoli inseriti nella top ten ancora non sono stati recensiti come si deve, oggi mi occuperò di Rio Alto Mining che a 2,5 dollari è un titolo da prendere in considerazione……….

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Articolo di Giuseppe Trucco – truccofinanza.it


Prima di procedere una breve segnalazione: per evitare incomprensioni ho deciso di rimuovere dal ticker scorrevole in homepage (e nella pagina “auriferi & minerari“), i titoli benchmark Goldcorp e Silver Wheaton che vi avevo inserito, al fine di evitare equivoci. I titoli scorrevoli rimasti saranno soltanto quelli dei titoli effettivamente nella top ten (che in effetti è di 11 elementi, contando anche l’ETC sul rodio, una top ten sui generis diciamo).

Rio Alto Mining è quotata da sempre a Toronto (codice ISIN: CA76689T1049, simbolo RIO) e da qualche mese anche al Nyse (stesso ISIN, simbolo RIOM) dove per il momento scambia volumi inferiori (ma comunque più che sufficienti per poter investire senza pagare spread denaro-lettera eccessivi) rispetto a Toronto. E’ anche quotato sulla borsa peruviana per la cronaca ed alla borsa tedesca, ma con volumi limitatissimi e ampi spread denaro-lettera che ne sconsigliano la scelta.

Con 177 milioni di azioni al prezzo corrente di 2,47 dollari la compagnia capitalizza (cioè vale tutta intera) 437 milioni di dollari. Il valore d’impresa (enterprise value) è però di poco superiore a mezzo miliardo di dollari, se al valore di borsa della compagnia andiamo ad aggiungere la posizione debitoria (sui 90 milioni di dollari, ma costantemente in calo con il tempo per l’effetto dell’accumularsi degli utili).

Per questa cifra possiamo comprare una compagnia che ha prodotto 200.000 once d’oro nel 2012 e altrettante conta di produrne quest’anno (da 190 a 210.000 once è la stima della compagnia), presso la miniera peruviana di La Arena, messa in produzione nel 2011. La paghiamo meno di 4 volte e mezza i profitti netti dell’anno scorso (allorché ebbe guadagnato 100 milioni di dollari tondi tondi), mentre quest’anno, con il prezzo dell’oro più basso, potrebbe farne un poco meno. I costi di produzione dovrebbero invece rimanere grosso modo costanti sui 567 dollari (escluse spese generali ed amministrative della compagnia, GS&A l’acronimo usato in inglese) per oncia dell’anno scorso. Aggiungendo le spese amministrative e generali il costo di produzione stimato per il 2013 sale a 700 dollari e questo significa, facendo i conti della serva, che La Arena a 1400 dollari l’oncia l’oro, dovrebbe guadagnare 140 milioni di dollari l’anno a questi ritmi e questo prezzo del metallo giallo. Si stenta a credere che con gradazioni così basse (0,5 grammi per tonnellata di oro), una compagnia possa vantare costi di produzione così contenuti, su questo ci sarebbe molto da dire, ma mi limito a suggerirvi la lettura di questo pezzo di Brent Cook tradotto per voi su TF per comprendere meglio un punto molto importante: nei depositi auriferi non è la gradazione che conta, ma i margini di guadagno. A volte, come nel caso degli oxides a La Arena, un minerale contenente poco oro è però così facile da processare con metodi convenzionali, che anche un deposito low-grade può rivelarsi un progetto low-cost, e viceversa progetti ad alta gradazione possono invece essere ineconomici.

Per quale motivo il mercato non mostra troppa enfasi su questi grandi margini di profitto? Per una ragione semplice: apparentemente La Arena potrebbe avere pochi anni di riserve ancora da sfruttare (4 o 5), ma analisti molto quotati confidano invece che le riserve di “minerale ossidato” (oxides) potranno invece essere incrementate parecchio, e garantire questo flusso di cassa per molto più tempo. Fossero anche solo 5 anni quelli utili di produzione rimanente, il titolo a mio avviso sarebbe ancor sempre a buon mercato, poiché solo con 5 anni di utili dovrebbe poter guadagnare tanto quanto vale oggi in borsa. Inoltre il mercato potrebbe essere preoccupato per i circa 300 milioni di dollari che la compagnia dovrà trovare da qualche parte se vuole finanziare la fase 2 de La Arena (di cui parleremo dopo) prima di aver accumulato tutto questo denaro coi soli flussi di cassa. Compagnie poco shareholder friendly, cioè poco favorevoli agli azionisti, non esiterebbero infatti a fare un grosso aumento di capitale, accettando di far calare sensibilmente il prezzo del titolo per facilitare l’impresa, pur di procedere al più presto con lo sviluppo della fase 2, nel solo interesse del management (guidare una compagnia più grande solitamente significa poter guadagnare maggiori emolumenti infatti). Ma io non mi aspetto una condotta di questo tipo da Rio Alto.

Rio Alto Mining, infatti, è innanzitutto una compagnia da apprezzare per lo straordinario lavoro svolto finora nel creare valore per gli azionisti, hanno mantenuto più di quanto hanno promesso e questo nel settore minerario è un fatto più unico che raro. Da manager di questo stampo è lecito aspettarsi che le cose filino lisce, che gli ostacoli vengano affrontati in anticipo anziché in ritardo, che le stime sulla produzione si rivelino fatte per difetto anziché per eccesso, e viceversa per i costi. Siccome il 90% delle compagnie minerarie fa l’opposto e le sorprese negative sono all’ordine del giorno, queste caratteristiche sono molto preziose in una compagnia aurifera. Proviamo a spiegarlo con un dettaglio: osservando la guidance di produzione nel 2013 osserviamo che i primi trimestri hanno una produzione minore a causa di un maggiore strip ratio (vedi voce nel glossario), e viceversa i trimestri finali, questo evidenzia l’attitudine della compagnia a cercare di fare prima il lavoro sporco, e poi intascare il bottino. Il mercato invece potrebbe essere stato tratto in inganno dai 2 trimestri sotto la media ed aver fatto male i conti sulla redditività della compagnia.

    Ma non è solo di oxides che vive La Arena, bensì anche di minerali solforati (“sulphides“), tuttavia di questo parleremo nella seconda parte dell’articolo la prossima settimana.

 

Fonte: truccofinanza.it

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